La cucina italiana è patrimonio immateriale dell’UNESCO. È una notizia che in Sicilia si è sentita risuonare più forte che altrove –perché qui il cibo non è mai stato solo nutrizione. È lingua, è memoria, è identità stratificata su secoli. Il rischio, però, è quello di ogni riconoscimento simbolico: celebrare senza costruire. Il convegno “Etna e Cucina Italiana UNESCO – Nuove prospettive per i giovani e i territori”, svoltosi il 16 febbraio 2026 ad Acireale presso la Sala Pinella Musmeci, ha provato a fare il passo successivo. Con risultati interessanti, e qualche domanda aperta.
L’iniziativa –promossa dalla Fondazione Carnevale di Acireale insieme a una rete di partner agricoli, culturali e gastronomici– ha riunito istituzioni, esperti e operatori del settore. Il territorio dell’Etna è stato il filo conduttore: non come sfondo pittoresco, ma come laboratorio attivo di filiere, certificazioni e progettualità.
Filiere etnee e governance UNESCO: il territorio come sistema
Il primo panel ha affrontato la governance dei beni UNESCO con interventi di Angelo Barone, presidente del Distretto delle Filiere e dei Territori di Sicilia in Rete, Paolo Patanè, direttore del sito UNESCO “Le città tardo barocche del Val di Noto”, e Giuseppe Sanfilippo Frittola dell’UNPLI Catania. Il tema è delicato: i modelli di gestione dei beni riconosciuti tendono a privilegiare la tutela sulla valorizzazione, il passato sul presente. L’Etna, invece, è un territorio vivo –con le sue vigne ad alberello, il Limone IGP, le filiere dell’olio e degli agrumi– che non può permettersi di essere solo museo.
Il secondo focus ha portato al tavolo Pietro Ambra, coordinatore del Comitato Sicilia Regione Europea della Gastronomia 2025, e Maria Grazia Barbagallo, presidente dell’Enoteca Regionale per la Sicilia Orientale. Il punto centrale: le produzioni tipiche certificate non sono solo strumenti economici. Sono atti culturali. Il Consorzio Limone dell’Etna IGP, in questo senso, vale quanto una mostra d’arte: racconta un territorio, ne fissa l’identità, lo rende riconoscibile nel mondo.
Giovani, formazione e narrazione digitale: il futuro si costruisce a tavola
La parte più interessante del convegno è stata quella dedicata ai giovani. Donatella Privitera dell’Università di Catania e Annalisa Leonardi dell’Istituto Alberghiero “Falcone” di Giarre hanno illustrato percorsi formativi che tentano di connettere scuola, impresa e territorio. Non è un collegamento automatico: la filiera enogastronomica siciliana ha bisogno di figure capaci di muoversi tra produzione, comunicazione e accoglienza, e il sistema formativo fatica ancora a tenerle insieme.
La travel content creator Ilenia Curiale ha portato una prospettiva diversa: il territorio si racconta anche attraverso i nuovi linguaggi digitali, e i giovani che scelgono di narrare l’Etna –il suo vino, i suoi agrumi, la sua cucina– stanno facendo un lavoro culturale prima ancora che professionale. È una forma di presidio, non solo di marketing. Nel corso della giornata è stato presentato il “Manifesto dell’Agricoltura delle Relazioni”, a cura di Mariagrazia Pavone, che pone al centro il valore delle comunità rurali e delle reti collaborative tra produttori. Le conclusioni sono state affidate a una degustazione delle eccellenze etnee: scelta coerente, non retorica.