Ci sono aziende che costruiscono il proprio posizionamento inseguendo il mercato. E poi ci sono realtà come Col Vetoraz, che fanno l’opposto: partono dalla terra e lasciano che sia quella a parlare al mondo.
Siamo nel cuore della Valdobbiadene, tra le colline del Cartizze, dove la famiglia Miotto affonda le proprie radici già dal 1838. Qui il concetto di identità non è storytelling, ma struttura. È il filo che lega passato e presente, e che oggi si riflette nei risultati ottenuti sui mercati internazionali.
Negli ultimi mesi, la qualità degli spumanti Valdobbiadene DOCG firmati Col Vetoraz è stata riconosciuta da alcune delle principali voci della critica enologica. Wine Spectator ha assegnato 91 punti al Superiore di Cartizze e 89 al Brut Coste di Levante, mentre Falstaff ha premiato diverse cuvée con punteggi fino a 93. Anche 5Star Wines – The Book, concorso internazionale legato a Vinitaly, ha confermato la solidità del progetto con valutazioni sopra i 90 punti.
Numeri, certo. Ma non è lì il punto.
Questi risultati raccontano qualcosa di più profondo: la coerenza di un percorso. Come sottolinea Francesca Miotto, ogni riconoscimento è la conseguenza di valori precisi – identità, radici, famiglia – che non vengono adattati al mercato, ma difesi nel tempo.
Fondata nella sua forma attuale nel 1993, l’azienda ha saputo crescere rapidamente senza perdere il legame con il territorio. Oggi lavora oltre 2,3 milioni di kg di uva DOCG l’anno, selezionando una produzione di circa 1,25 milioni di bottiglie. Una scala importante, ma ancora gestita con una logica di controllo e qualità.
La sfida, ora, è diversa: non crescere, ma restare. Mantenere quella posizione costruita negli anni, continuando a interpretare il Conegliano Valdobbiadene DOCG senza snaturarlo.
In un mercato sempre più competitivo e standardizzato, Col Vetoraz gioca una partita chiara: fare meno concessioni possibile e lasciare che siano le colline – ripide, difficili, identitarie – a definire il carattere del vino.