Nel mercato dell’olio extravergine di oliva, dove prodotti molto diversi possono essere percepiti come equivalenti, DOP e IGP rappresentano uno strumento per distinguere le produzioni, tutelarne l’origine e rafforzare il valore economico della filiera.
È questo il tema del primo approfondimento di settembre promosso da AIFO – Associazione Italiana Frantoiani Oleari insieme a Italia Olivicola, nell’ambito del Programma Operativo previsto dal Regolamento (UE) 2021/2115. Il mese sarà dedicato ai regimi di qualità dell’Unione europea.
Cosa distinguono DOP e IGP
Le Denominazioni di Origine Protetta e le Indicazioni Geografiche Protette collegano un prodotto a un territorio e a precise regole di produzione.
Nel caso delle DOP, il legame con l’area geografica riguarda tutte le principali fasi produttive. Per le IGP, invece, è sufficiente che almeno una fase avvenga nel territorio individuato, a condizione che qualità, reputazione o altre caratteristiche del prodotto siano riconducibili alla sua origine geografica.
La differenza è tecnica, ma ha conseguenze dirette anche sul mercato. Una certificazione riconosciuta può infatti aumentare la riconoscibilità del prodotto, rafforzarne l’affidabilità e ridurre il rischio che la competizione si giochi esclusivamente sul prezzo.
Il valore della denominazione per il territorio
Quando una denominazione è conosciuta e credibile, il nome geografico smette di essere una semplice indicazione in etichetta e diventa un elemento condiviso di reputazione.
Questo può avere effetti che vanno oltre la singola bottiglia, contribuendo alla promozione di un’intera area produttiva e creando connessioni con ristorazione, turismo, commercio specializzato e cultura gastronomica.
Tutela della denominazione significa quindi anche tutela degli investimenti, delle competenze e della reputazione costruiti nel tempo da olivicoltori, frantoi e imprese della filiera.
Amoroso: “La certificazione deve creare valore per le imprese”
“Una certificazione crea valore se il mercato la riconosce e se quel valore torna alle imprese che rispettano le regole”, afferma Alberto Amoroso, presidente di AIFO.
Secondo Amoroso, DOP e IGP non devono essere considerate semplici marchi da apporre in etichetta, perché dietro ogni certificazione ci sono disciplinari, controlli, tracciabilità, investimenti e un territorio che sceglie di presentarsi con una propria identità.
La sfida, aggiunge, è fare in modo che il consumatore comprenda questa differenza e sia in grado di riconoscerla al momento dell’acquisto.
Il ruolo centrale del frantoio
All’interno di questo sistema, il frantoio svolge un ruolo decisivo. È nella fase di trasformazione che la qualità delle olive deve essere preservata e che le regole previste dai disciplinari devono tradursi in un prodotto coerente con l’identità della denominazione.
Competenze tecniche, tecnologie utilizzate e corretta gestione dei processi diventano quindi elementi centrali per rendere credibile il sistema della qualità certificata.
La certificazione, da sola, non basta. Il vero obiettivo è trasformarla in reputazione, riconoscibilità e valore economico lungo tutta la filiera.
Qualità certificata e competitività
DOP e IGP possono così diventare una leva di competitività per il settore olivicolo, rafforzando il rapporto tra prodotto, territorio e consumatore.
Il percorso promosso da AIFO e Italia Olivicola proseguirà nel corso di settembre con altri due approfondimenti dedicati al sistema dei controlli europei e al rapporto tra qualità certificata e competitività, secondo quanto previsto dal Piano di comunicazione 2026.
Simone Scarso