STRADA MANGIANDO
street food e non solo

In Sicilia sta per nascere una Food Forest ai piedi dell’Etna

La comunità agricola Saja dal 2011 sperimenta e condivide la possibilità di vivere di agricoltura utilizzando solo metodi naturali grazie alle progettazioni in permacultura. Per l’avvio del progetto “figlio”, Finca Palta, ci sarà a Settembre la settimana di progettazione condivisa e autogestita di una Food Forest vicino al mare. L’Etna sarà la cornice ispirante per creare ulteriore bellezza.

Ecco una bella occasione per parlare di agricoltura naturale, permacultura e progettazione condivisa. Soprattutto per parlare di bellezza e futuro possibile, in Sicilia.

Dai primi corsi di permacultura in Sicilia, una decina di anni fa, sono nate tra le esperienze più concrete e significative d’Italia basate su questo strumento di progettazione. Otto anni fa è nata anche una rete sempre più grande di comunità e progetti di resilienza economica e ambientale che collabora e si sostiene attraverso lo strumento del mutuo-aiuto “organizzato”. Ogni mese una realtà invita tutte le altre a sostenere per un weekend il proprio progetto per realizzare insieme capanni, terrazzamenti, orti, casette e altro lavoro troppo costoso e impegnativo se fatto ognuno per sé. Così ci si conosce, ci si aiuta, si impara e ci si diverte concretizzando i propri progetti.

Dal 23 al 29 Settembre sarà il mese in cui si  progetterà una Food Forest sub-tropicale per un progetto, vicino a Giarre, chiamato Finca Palta, a 7 Km dal mare in un luogo incantevole alle pendici dell’Etna. Così al mutuo-aiuto questa volta si aggiunge una attività di formazione e progettazione condivisa in permacultura anche al di fuori di aule, corsi e moduli! Sette giorni in cui ognuno potrà portare la propria esperienza, confrontarsi e partecipare ai lavori per la Food Forest in una parte di terreno circondata da limoni e avocado.

Finca Palta nasce dopo 6 anni di esperienza e dalle competenze maturate dal progetto “madre”, Saja di Paternò, a 40 km di distanza dalla Finca. Questo, nasce nel 2011 dal confluire di diverse energie accomunate dall’amicizia e dalla voglia di mettere in pratica ciò che era stato appreso nei corsi di Permacultura.

Abbiamo chiesto a Salvatore Giaccone, proprietario e co-fondatore di Saja, come l’esperienza maturata finora permettesse l’inizio della progettazione di Saja 2.0 in un contesto molto diverso vicino al mare. «In questi anni abbiamo lavorato assiduamente, piantato tutto il “piantabile”, sperimentato le consociazioni orticole e arboree, appreso la corretta gestione del frutteto e come migliorare la fertilità del suolo non solo per creare un luogo autarchico basato sull’autoconsumo ma un progetto agricolo che mantenesse anche un aspetto commerciale. Infatti anno dopo anno, grazie al supporto di tanti amici, GAS, privati e negozi, siamo riusciti attraverso le spedizioni dei nostri prodotti, ad essere una comunità agricola che riesce a vivere realmente di agricoltura seguendo i principi e le etiche della Permacultura».

Ognuno degli abitanti di Saja ha un interesse specifico e si occupa di una produzione all’interno del progetto e questa dinamica permette a tutti di beneficiare del surplus di ognuno senza creare dissapori o competizione sulle stesse coltivazioni. In più permette di praticare un’agricoltura realmente naturale senza bisogno di sottostare all’assioma commerciale della monocoltura, seppur bio, o a metodi poli-colturali standardizzati cioè non progettati sulle reali caratteristiche del luogo e delle persone che vi vivono. Ad esempio, una delle ultime novità è nata dall’arrivo di Claudio Alessandro Pinzauti con cui due anni fa è iniziata una collaborazione poi concretizzata nella costruzione di una serra per la Spirulina, cioè una serra ad archi con dentro un laghetto per la coltivazione di questa eccezionale microalga.

Serra per la Spirulina
Gli abitanti di Saja non sono sempre fissi, alcuni rimangono qualche mese, altri pure un anno o più. Tanti contattano Saja attraverso internet, ad esempio attraverso la rete del wwoofing (di viaggiatori e ospitanti), tramite Workaway o sempre più per passaparola. Ma tutti sono animati da uno spirito di condivisione di saperi, emozioni, spazi ed energie.

La Food Forest

«La scelta di attivare una progettazione per una Food Forest nasce dalla consapevolezza che per noi è la soluzione più intelligente, resiliente e funzionale nel tempo. Infatti attraverso un chiaro schema di piantumazione ben progettato si può scegliere quali specie piantare e in che posizione basandosi su funzioni, esigenze e output delle varie specie. Piantare specie e varietà diverse, aiuta a garantirsi un rendimento nel tempo della raccolta oltre che a creare bellezza, ombra, fertilità, biodiversità… vita!». Dove fino ad ora è stato “conveniente” avere un limoneto fra dieci anni potrebbe essere utile avere altro. In più questo permette di allungare i mesi di raccolta poiché ognuna ha tempi diversi di produzione. Poi sono prodotti simili che possono viaggiare insieme riuscendo ad ottimizzare le spedizioni.

Le specie che si pianteranno a Settembre saranno per buona parte non native ma adatte a crescere in quel clima diventando potenzialmente le più adatte ad essere coltivate senza interventi chimici ma anche rispecchiando un fabbisogno interno alla comunità e la richiesta del mercato di riferimento.

La febbre dell’Avocado

In molte parti della Sicilia è in atto la febbre dell’avocado (e del mango..), pronto ad essere prodotto in coltivazioni intensive e super intensive diserbando e sterilizzando i terreni già prima della piantumazione. Per tale tipo di coltivazione, infatti, gli agronomi suggeriscono tali pratiche per evitare possibili attacchi dai funghi, che i nativi agrumeti, avrebbero permesso di diffondersi. Ma questo porta, oltre che a fenomeni erosivi e di grande alterazione del territorio, ad una massiccia distruzione anche di altre piante native come Castagni, Querce e Frassini e all’impoverimento e inquinamento del suolo, nonché ad un aggravio del consumo di acqua.

Chiediamo a Salvatore quali alternative si possono utilizzare nell’agricoltura naturale. «Per la mia esperienza maturata anche grazie a viaggi di lavoro tra il Sudamerica, le isole Canarie e la Spagna andalusa, gli alberi di avocado non hanno necessariamente bisogno di più acqua degli agrumi, ad esempio delle clementine, delle arance o dei limoni. Sempre che vengano inseriti e trattati con metodi naturali. La chioma di questi alberi, crescendo, riesce a dare molta ombra che riduce l’evapo-traspirazione ma anche la presenza di infestanti, inoltre sviluppano una profonda radice fittonante che riduce il fabbisogno di interventi irrigui. Io faccio da sempre nei frutteti una abbondante pacciamatura che protegge il terreno dall’evaporazione dell’acqua e nel periodo autunno-inverno le foglie che cadono e la potatura biotriturata, vengono inoculate con EM e microrganismi nativi creando ulteriore biomassa che aumenta naturalmente la fertilità e la sostanza organica nel suolo. Tutte queste manovre non solo arricchiscono la terra ma aiutano il suolo a trattenere l’acqua».